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Affidati alla vita !

Buongiorno anime di Luce

Oggi vi sottopongo un capitolo del grande Maestro Paramhansa Yogananda , la vicenda parla del Maestro ancora prima dell’illuminazione infatti viene chiamato Mukumba , nome originale , in compagnia di un amico Jitendra e del fratello del Maestro , Ananda.

Spero che questa lettura faccia scattare dei click interiori e vi faccia vedere che affidarsi alla vita ma nn per avere di più , quella è sempre mente ,ma per trovare chi veramente siamo !

Un abbraccio 🤗

<<Meriteresti proprio che nostro padre ti diseradasse, Mukunda ( mukunda è il vero nome di Yogananda ) Con quanta stupidità stai sprecando la tua vita>>

Una predica da
fratello maggiore si stava abbattendo sulle mie orecchie.
Jitendra e io, freschi di treno (per modo di dire, in realtà ricoperti di
polvere!) eravamo appena arrivati a casa di Ananta, trasferitosi di recente
da Calcutta nell’antica città di Agra. Mio fratello era funzionario amministrativo presso la Ferrovia Bengala-Nagpur.
«Come ben sai, Ananta, l’eredità che cerco è quella del Padre Celeste».
«Prima il denaro; Dio può anche venire dopo. Chissà? La vita potrebbe
essere troppo lunga».
«Prima Dio; il denaro è Suo schiavo! Chi può dirlo? La vita potrebbe
essere troppo breve».
La mia replica era dettata da esigenze contingenti e non conteneva
alcun presentimento. Le pagine del tempo, tuttavia, nel loro dispiegarsi,
giunsero prematuramente alla fine per Ananta; qualche anno più tardi
egli approdò a quella terra in cui le banconote non valgono nulla, né
prima né dopo.
«Saggezza dell’ashram, suppongo! Vedo, però, che hai lasciato Benares». Gli occhi di Ananta brillavano di soddisfazione; sperava ancora di
farmi ripiegare le ali nel nido di famiglia.
«Il mio soggiorno a Benares non è stato vano! Vi ho trovato tutto ciò
a cui il mio cuore anelava! E stai pur certo che non si trattava del tuo
pandit o di suo figlio!».

«Quali sono i tuoi progetti, fratello mio vagabondo?».
Jitendra mi ha convinto a venire ad Agra, Qui ammireremo le bellezze del Taj Mahal»
spiegai. «Quindi ci recheremo dal mio guru, che
ho appena trovato e che ha un ashram a Serampore».
‘Ananra ci offrí una premurosa ospitalità. Più volte, durante la serata,
colsi il suo sguardo meditabondo fisso su di me.
«Conosco quello sguardo!» pensai, «Qualcosa bolle in pentola »,
La rivelazione ebbe luogo il mattino seguente, a colazione.
«Dunque, tu ti senti del tutto indipendente dagli averi paternin, Ananta mi guardò con aria innocente, mentre riprendeva le frecciate del giorno precedente.
«Sono consapevole della mia dipendenza da Dio».
«Le parole non costano nulla! La vita ti ha protetto, finora! Ben altra
sarebbe la situazione se tu fossi costretto a fare affidamento sulla Mano
Invisibile per il vitto e l’alloggio! Presto mendicheresti per le strade!».
«Mai! Non riporrei la mia fede nei passanti anziché in Dio! Egli può
escogitare per il Suo devoto innumerevoli altre possibilità, oltre alla ciotola del mendicante!».
«Ancora retorica! E se ti proponessi di mettere alla prova in questo
mondo tangibile la filosofia che tanto decanti?».
«Accetterei! Vuoi forse confinare Dio in un mondo speculativo?».
«Staremo a vedere; oggi avrai l’opportunità di espandere il mio punto
di vista oppure di confermarlo». Ananta tacque per un momento drammatico, poi riprese a parlare lentamente, con serietà.
«Propongo che tu e il tuo condiscepolo Jitendra vi rechiate, stamattina, nella vicina città di Brindaban. Non dovrete portare con voi nep-
pure una rupia; non dovrete elemosinare né cibo né denaro; non dovrete
rivelare ad alcuno la vostra difficile situazione; non dovrete saltare i pasti; e
non dovrete rimanere bloccati a Brindaban. Se ritornerete qui a casa mia
entro mezzanotte, senza aver trasgredito a nessuna delle regole previste
dalla prova, sarò l’uomo più sbalordito di Agra!».
«Accetto la sfida». Non vi era alcuna esitazione nelle mie parole o nel
mio cuore. Grati ricordi dell’Istantanea Beneficenza mi balenarono alla
memoria: la guarigione dal colera mortale ottenuta implorando il ritratto
di Lahiri Mahasaya; il dono giocoso dei due aquiloni sul tetto di Lahore
insieme a Uma; l’amuleto, provvidenziale nello sconforto; il messaggio
decisivo ricevuto tramite il sadhu sconosciuto di Benares davanti al cortile
della casa del pandit; la visione della Madre Divina e le Sue sublimi parole d’amore; la Sua pronta attenzione ai miei piccoli disagi, manifestata
attraverso il Maestro Mahasaya; il suggerimento in extremis che aveva
consentito il concretizzarsi del mio diploma; e il dono più grande: il mio
Maestro vivente, emerso dalle nebbie dei sogni di tutta una vita. Mai
avrei potuto ammettere che la mia “filosofia” potesse risultare inadeguata
sull’arduo banco di prova del mondo!
«La tua disponibilità ti fa onore. Ti accompagnerò subito al treno».
Ananta si rivolse quindi a Jitendra, rimasto a bocca aperta. «Tu andrai
con lui in qualità di testimone e, con ogni probabilità, di compagno di
sventura!».
Mezzora dopo Jitendra e io eravamo in possesso dei biglietti di sola
andata per la nostra gita improvvisata. Ci sottoponemmo a una perquisizione, in un angolo appartato della stazione. Ananta si persuase subito
che non avevamo alcun gruzzolo nascosto: i nostri semplici dhoti non
celavano nulla più del necessario.
Visto che la fede sconfinava nella seria sfera delle finanze, il mio amico
fece le sue rimostranze: «Ananta, dammi una o due rupie per sicurezza.
Così potrò telegrafarti in caso di sventura».
«Jitendra!» esclamai con tono di aspro rimprovero. «Non proseguirò
la prova se accetterai del denaro come garanzia ultima».
“C’è qualcosa di rassicurante nel tintinnio delle monete». Jitendra non
disse nient’altro mentre lo fissavo severamente.
«Mukunda, non sono senza cuore». Una nota d’umiltà si era insinuata
nella voce di Ananta. Può darsi che gli rimordesse la coscienza, forse perché stava mandando due ragazzi senza un soldo in una città sconosciuta
o forse a causa del proprio scetticismo religioso. «Se, per caso o per grazia
divina, tu dovessi riuscire a superare con successo la prova di Brindaban,
ti chiederò di iniziarmi come tuo discepolo».
La promessa era inconsueta; anche la situazione, del resto, era poco
convenzionale. Il fratello maggiore, in una famiglia indiana, s’inchina
raramente di fronte ai propri fratelli minori; per rispetto e obbedienza, è
secondo soltanto al padre. Ma non restava tempo per i miei commenti:
il nostro treno stava per partire.
Jitendra mantenne un cupo silenzio mentre il treno macinava i chilometri. Infine si riscosse; chinandosi verso di me, mi pizzicò dolorosa-
mente in un punto delicato.
«Non vedo alcun segno che Dio stia per provvedere al nostro prossimo
pasto!».

Stai tranquillo, dubbioso San Tommaso; il Signore si sta occupando
di noi».
“Riesci anche a fare in modo che si sbrighi? Mi viene una fame da
lupo alla sola prospettiva di ciò che ci attende. Sono partito da Binatas
per visitare il mausoleo del Taj, non per entrare nel mio».
“Coraggio, Jitendra! Non stiamo forse per scorgere, per la prima volta, le sacre meraviglie di Brindaban?” Mi riempie di profonda gioia il pensiero di calpestare il suolo benedetto dai piedi del Signore Krishna.
La porta del nostro scompartimento si apri; due uomini si sedettero.
La fermata successiva sarebbe stata l’ultima.
„Ragazzi, avete amici a Brindaban?». Lo sconosciuto che mi sedeva di
fronte dimostrava un sorprendente interesse.
«La cosa non vi riguarda!». Sgarbatamente distolsi lo sguardo.
“State probabilmente fuggendo dalle vostre famiglie sotto l’incanto
del Ladro di Cuori.( Krishna é il ladro di cuori ) Anch’io sono di temperamento devoto. Sarà mio
dovere adoperarmi affinché riceviate vitto e riparo da questa calura insopportabile».
«No, signore, lasciateci stare. Siete molto gentile, ma vi sbagliate creDendoci fuggiti da casa».
La conversazione non ebbe ulteriore seguito; il treno si fermò. Quando
Jitendra e io scendemmo sulla banchina, i nostri compagni occasionali
ci presero a braccetto e chiamarono una carrozza.
Smontammo davanti a un maestoso ashram, situato fra gli alberi sempreverdi di un parco ben tenuto. Evidentemente i nostri benefattori
erano conosciuti in quel luogo; un giovane sorridente ci condusse senza
commenti in un salottino. Fummo presto raggiunti da una donna anziana dai modi dignitosi.
«Gauri Ma, i principi non sono potuti venire» disse uno degli uomini
rivolgendosi alla donna che ci accolse nell’ashram. «Proprio all’ultimo
momento i loro progetti sono andati a monte e mi hanno incaricato di
esprimervi tutto il loro rincrescimento. Vi abbiamo portato, però, altri
due ospiti. Non appena li abbiamo incontrati in treno, mi sono sentito
attratto da loro come devoti del Signore Krishna».
«Arrivederci, giovani amici». Le nostre due nuove conoscenze si avviarono verso l’uscita. «Ci incontreremo ancora, se Dio vorra».

“Siate i benvenuti qui». Gauri Ma sorrise maternamente ai suoi due
ospiti inattesi. «Non avreste potuto venire in un giorno migliore. Stavo
aspettando due regali mecenati di questo ashram. Sarebbe stato un vero
peccato se la mia cucina non avesse trovato estimatori!».
Queste stuzzicanti parole ebbero un effetto disastroso su Jitendra, che
scoppiò in lacrime. La “prospettiva” che aveva temuto a Brindaban si stava
rivelando un’accoglienza principesca; il repentino ribaltamento mentale
risultò eccessivo per lui. La nostra ospite lo guardò incuriosita, senza però
fare commenti; forse era abituata alle stravaganze degli adolescenti,
Fu annunciato il pranzo; Gauri Ma ci guidò a un patio in cui venivano
serviti i pasti; già vi aleggiavano profumi appetitosi. Ella scomparve in
una cucina adiacente.
Avevo premeditato questo momento. Individuando il punto adatto
nell’anatomia di Jitendra, gli assestai un pizzicotto altrettanto energico
di quello che lui mi aveva dato in treno.
«Dubbioso San Tommaso, il Signore opera: e anche in fretta!».
La nostra ospite rientrò con un punkha. Ci fece vento senza sosta
alla maniera orientale mentre noi sedevamo accovacciati su coperte riccamente ornate. I discepoli dell’ashram andarono e venirono con una
trentina di portate. Più che un
“pasto”
fu un
“sontuoso banchetto”
è
questa l’unica descrizione adeguata. Dal nostro arrivo su questo pianeta,
Jitendra e io non avevamo mai gustato simili prelibatezze.
«Pietanze davvero degne di principi, Madre Onorata! Non riesco a
immaginare che cosa potessero trovare di tanto urgente i vostri regali
benefattori da non partecipare a un tale convito! Ci avete lasciato un
ricordo che serberemo per tutta la vita!».
Costretti al silenzio dalla condizione posta da Ananta, non potevamo
spiegare all’affabile signora che i nostri ringraziamenti avevano un doppio
significato. Per lo meno, la nostra sincerità fu evidente. Ci congedammo con la sua benedizione e un allettante invito a tornare a far visita
all’ashram.
La calura, fuori, era implacabile. Il mio amico e io cercammo riparo
sotto un maestoso albero di cadamba accanto al cancello dell’ashram.
Seguirono parole aspre; ancora una volta Jitendra era assalito da tormentosi dubbi.
«Mi hai cacciato proprio in un bel guaio! Il nostro pranzo è stato
soltanto un caso fortuito! Come possiamo visitare le bellezze di questa
città senza avere, fra tutti e due, neppure un centesimo? E come diavolo
pensi di ricondurmi a casa di Ananta?».

Ti dimentichi in Fretta di Dio ora che hai lo stomaco pieno!Le mie
parole, per quanto non fossero amare, erano accusatorie. Non c è uomo che non abbia
visto esaudite almeno alcune delle sue preghiere.
Com’è corta la memoria umana della benevolenza divina !
<<Cio che non dimenticherò facilmente è quanto sono stato folle a partire alla ventura con una testa matta come te !>>

<< smettila , Jitendra Lo stesso Signore che ci ha nutriti ci farà visitare Brindaban e ci riporterà a Agra >>
‘Un giovanotto snello e dal volto simpatico si avvicinò a passo rapido.
Fermatosi sotto il nostro albero, s’inchinò davanti a me.
Caro amico, voi e il vostro compagno dovete essere stranieri qui. Permetteremi di farvi da ospite e da guida».
Per un indiano è quasi impossibile impallidire, ma il volto di Jitendra
assunse improvvisamente un colorito malaticcio. Garbatamente declinai
l’offerta.
„Non vorrete respingermi?». L’agitazione dello sconosciuto sarebbe stata comica in qualsiasi altra circostanza.
«Perché no?».
«Voi siete il mio guru». I suoi occhi cercarono i miei, fiduciosamente.
«Durante le mie preghiere di mezzogiorno, il beato Signore Krishna mi è
apparso in una visione. Mi ha mostrato due figure smarrite proprio sotto
questo albero. Uno dei due volti era il vostro, maestro mio! Spesso vi ho visto in meditazione! Che gioia sarebbe se accettaste i miei umili servigi.
«Anch’io sono lieto che mi abbiate trovato. Né Dio né gli uomini ci hanno abbandonato!». Pur restando immobile e sorridendo al volto dall’espressione appassionata che avevo di fronte, con interiore riverenza mi
prostrai ai Piedi Divini.
«Cari amici, non volete onorare la mia casa di una visita?».
«Siete gentile, ma il progetto è inattuabile. Siamo già ospiti di mio
fratello ad Agra».
“Per lo meno lasciatemi il ricordo di visitare Brindaban insieme a voi».
Acconsentii con piacere. Il giovanotto, che disse di chiamarsi Pratap
Chatterji, chiamò una carrozza. Visitammo il Tempio di Madanamohana
e altri luoghi sacri a Krishna. Si fece buio mentrè eravamo in preghiera
nel tempio.
<<Vogliate scusarmi, vado a prendere del sandest.>> Pratap entrò in un
negozio vicino alla stazione ferroviaria. Jitendra e io girovagammo lungo l’ampia strada, Ormai affollata nella relativa frescura. Il nostro amico

si assentò per un po’ ma tornò, infine, recandoci in dono una grande
quantità di dolciumi.
<<Vi prego, consentitemi di guadagnarmi questo merito religioso». Con
un sorriso supplice, Pratap ci porse un fascio di rupie e due biglietti per
Agra appena acquistati.
La deferenza con la quale li accettai era rivolta alla Mano Invisibile,
Irrisa da Ananta, la Sua prodigalità non era stata ben superiore alle necessità ?
Individuammo un luogo appartato nei pressi della stazione.
«Pratap, ti istruirò nel Kriya di Lahiri Mahasaya, il più grande yogi
dei tempi moderni. La sua tecnica sarà il tuo guru».
L’iniziazione si concluse in una mezzora. «Il Kriya è il tuo chintamani»( gemme mitologica )
dissi al nuovo discepolo. «La tecnica, che come vedi è semplice, reca in sé
l’arte di accelerare l’evoluzione spirituale dell’essere umano. Le Scritture
indù insegnano che l’ego incarnato impiega un milione di anni per ottenere la liberazione da maya. Questo periodo naturale si riduce alquanto
grazie al Kriya Yoga. Così come Jagadis Chandra Bose ha dimostrato che
la crescita delle piante può essere accelerata notevolmente rispetto al suo
ritmo normale, anche lo sviluppo psicologico umano può essere reso
più rapido da una scienza interiore. Sii fedele e costante nella pratica: ti
avvicinerai al Guru di tutti i guru».
«Sono estasiato di trovare questa chiave yogica, tanto a lungo cercata!»
Pratap parlava con tono assorto. «Il suo effetto che affranca dai vincoli
sensoriali mi renderà libero di raggiungere le sfere superiori. La visione
del Signore Krishna che ho avuto oggi non poteva che significare il mio
bene supremo».
Restammo seduti per un po’ in silenziosa intesa, poi ci dirigemmo lentamente verso la stazione. Ero pieno di gioia nel salire sul treno, ma per
Jitendra quella era la giornata delle lacrime. Il mio affettuoso commiato
da Pratap, era stato costellato dai singhiozzi soffocati di entrambi i miei
compagni. Di nuovo per Jitendra il viaggio si svolse in un tumulto di
sofferenze: non per se stesso, questa volta, bensì contro di sé.
«Com’è superficiale la mia fede! Il mio cuore è stato di pietra! Mai e
poi mai, in futuro, dubiterò della protezione di Dio!».
La mezzanotte era ormai prossima. Le due “
“Cenerentole” mandate allo
sbaraglio senza un soldo fecero il loro ingresso nella camera da letto di
Ananta. Il suo volto, come lui stesso aveva previsto, era il ritratto stesso
dello stupore. In silenzio lasciai cadere sul tavolo una pioggia di rupie.

<<Jitendra ,la verità!». Il tono di Ananta era canzonatorio. «Questo giovanotto non avrà commesso una rapina?».
Man mano che la storia gli venne riferita, però, mio fratello si fece
dapprima serio, poi solenne.
«La legge della domanda e dell’offerta si estende a reami più sottili di
quanto avessi supposto». Ananta parlava con un entusiasmo spirituale mai
dimostrato prima d’allora. «Comprendo per la prima volta la tua indifferenza verso l’avidità e il volgare accumulo di ricchezza del mondo».
Nonostante l’ora tarda, mio fratello insisté per ricevere la diksha” al
Kriya Yoga. Il “guru” Mukunda dovette assumersi la responsabilità di due
discepoli inattesi in un solo giorno.
La colazione del mattino seguente si svolse in un clima d’armonia,
assente il giorno prima. Sorrisi a Jitendra.
«Non sarai privato del Taj. Visitiamolo prima di partire per Serampore».
Dopo esserci congedati da Ananta, il mio amico e io ci trovammo ben
presto dinanzi alla gloria di Agra, il Taj Mahal. Con il bianco marmo
scintillante al sole, esso offre una visione di pura simmetria. Lo scenario
perfetto si compone di oscuri cipressi, un lucente tappeto erboso e un
tranquillo specchio d’acqua. L’interno è di mirabile bellezza, con intagli
simili a trine in cui sono incastonate pietre dure. Lievi ghirlande e intricate volute affiorano dai marmi bruni e violetti. La luce scende dalla
cupola illuminando i cenotafi dell’imperatore Shah-Jahan e di Mumtaz
Mahall, sovrana del suo regno e del suo cuore.
Basta con le visite turistiche! Non vedevo l’ora di ritrovare il mio
guru. Di lì a poco Jitendra e io eravamo in treno, diretti a sud, verso il
Bengala.
«Mukunda, non vedo la mia famiglia da mesi. Ho cambiato idea; penso che rimanderò a un’altra volta la visita al tuo maestro a Serampore».
Il mio amico, dal temperamento a dir poco volubile, mi lasciò a Calcutta. Con un treno locale giunsi ben presto a Serampore, situata circa
20 chilometri a nord.
Trasalii per lo stupore, accorgendomi che erano trascorsi esattamente
ventotto giorni dall’incontro con il mio guru a Benares. «Verrai da me tra
quattro settimane!», Ed eccomi qui, con il cuore palpitante, nel suo cortile sulla tranquilla Rai Ghat Lane. Per la prima volta entrai nell’ashram in
cui avrei trascorso gran parte dei successivi dieci anni, con il Jnanavatar
dell’India, “l’incarnazione della saggezza”

Brano tratto da “ autobiografia di uno Yogi “

Qui sotto in foto il Maestro Paramhansa Yogananda

3 commenti su “Affidati alla vita !”

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