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Il sorriso segreto dell’essere… Risvegliarti a chi sei, richiede di lasciare andare chi immagini di essere.

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Il modo migliore per sapere se qualcosa esista oppure no è cercarlo sistematicamente: se non lo troviamo, allora vuol dire che non esiste.
Provate a guardarvi dentro in cerca di questa entità che denominate “io”: troverete solo un flusso spontaneo e impersonale di pensieri, ricordi, sensazioni, percezioni; ma dell’io nessuna traccia, tranne ovviamente la parola “io”, usata per indicare la totalità dei processi fisici e psichici.
L’unico “io” che potete trovare è solo un pronome per indicare qualcos’altro.

Subito qualcuno obietterà:
«Ma se l’io non esiste, che ne è del libero arbitrio e della responsabilità? Sarei dunque condannato alla schiavitù di un ferreo determinismo che non mi lascia alcuna libertà di scelta?»
Ma la contrapposizione fra determinismo e il libero arbitrio è solo una falsa alternativa. Entrambi i termini, sebbene opposti, condividono infatti un presupposto comune del tutto errato: l’esistenza reale di un io separato ingrado di essere schiavo o libero. Senza il miraggio dell’io, non esistono né determinismo, ne libero arbitrio.

Chi vince nella lotta fra l’Uomo Ragno e Batman?
Nessuno dei due, perché sono entrambi personaggi immaginari.

Supponete – per usare ingegnoso paragone di Leo Hartong – di tornare indietro con la macchina del tempo fino all’epoca in cui si credeva che la terra fosse piatta. Qualcuno vi chiede : «Se procedi oltre il bordo del mondo, cadi oppure resti sospeso a mezz’aria?»
Che cosa rispondereste?
Nessuna delle due alternative è vera, perché si fondano entrambe su un presupposto sbagliato, ossia che la terra sia piatta. Per rispondere alla domanda, dovreste dunque cominciare a spiegare che in realtà il nostro pianeta è sferico, ma trovereste enormi resistenze ad accettare questa idea, perché è anti-intuitiva rispetto all’esperienza comune.

Non sto dunque affermando che noi abbiamo o non abbiamo il libero arbitrio, che siamo o non siamo liberi. Dico semplicemente che non esiste alcun io separato ed indipendente che possa o non possa essere libero.
Le scelte accadono, le volizioni (cioè i pensieri che iniziano con la parola “voglio”) accadono, ma non esiste alcun io a parte che le produca.
Siete forse voi a formulare deliberatamente i vostri pensieri?
Sapete allora quale sarà il vostro prossimo pensiero, prima che appaia?
Se vi dico di pensare per un quarto d’ora ininterrottamente soltanto a un cavallo verde, ne siete capaci, oppure una miriade gli altri pensieri interferirà con la vostra decisione, intromettendosi di continuo per impedirvelo?
E vi chiedo di non pensare a un cavallo verde, ci riuscite?
Siete voi a generare le vostre volizioni?
Quando all’improvviso vi viene il pensiero “Voglio farlo”, è sorto spontaneamente, da solo, oppure prima l’avete voluto?
Avete forse il controllo su ciò che pensate?
Se fosse così, non credete che non vi fareste più ossessionare da pensieri ansiosi, spiacevoli, tristi o tormentosi?

Ecco perché molte tradizioni spirituali negano l’esistenza di un io separato.
Nel buddismo si dice che esiste l’azione ma non chi agisce, la sofferenza ma non chi soffre, il sentiero ma non chi lo percorre.
Il taoismo parla di “non-azione” (wu-wei), in cui tutto accade da sé, spontaneamente (tzu-jan).
Nella Bhagavadgītā è scritto:

Le azioni sono tutte compiute dai costituenti della natura (guna), ma chi è offuscato dal senso dell’io (ahamkāra) pensa: “Sono io ad agire”.

Ma se il sé non esiste come entità separata, allora chi sono io?
Qualunque cosa sia, io sono proprio qui e non devo cercarmi nel futuro.

Non posso “raggiungere”il mio Sé, perché è lui che raggiunge ogni cosa.
Non posso “vedere” il mio Sé, perché è lui che vede ogni cosa.

Quanti passi mi servono per arrivare qui, dove sono già?
Quanto tempo ci vuole per raggiungere il presente?
Che sforzo devo fare per “diventare” me stesso?

Non è possibile avvicinarsi di più a qui.
Non è possibile essere di più nel presente.
Non è possibile diventare se stessi più di quanto non si sia già.

Dunque ciò che sono deve essere già qui, ora. Sarebbe stupido pensare, mentre cerco me stesso, di dover percorrere un lungo sentiero che progressivamente mi avvicinerà nel futuro a questa meta.
Inoltre, ciò che sono è costante, non cambia mai, perché ho sempre l’impressione di essere me stesso, attraverso tutti i cambiamenti.

I miei abiti cambiano, ma io resto me stesso.
Le cellule del mio corpo cambiano, ma io resto me stesso.
Veglia, sogno e sonno si alternano, ma io resto me stesso.

Perciò, se, nell’ investigare chi sono, comincio a scartare tutto ciò che va e viene (pensieri, percezioni, sensazioni, ricordi, emozioni), che cosa resta?
Resta la costante sensazione di esistere: esserci e sapere di esserci, una Presenza consapevole.
Se ti chiedono “Esisti?”risponderai affermativamente senza un istante di esitazione.
Il nostro esserci è una certezza immediata, evidente, indubitabile.
C’è bisogno di pensarci?
C’è bisogno di dimostrarlo?
L’esserci è un’evidenza che viene prima di ogni pensiero, prima di ogni dimostrazione a confutazione.
Ma il nostro esserci è indivisibile dalla consapevolezza di esserci. Anche questa consapevolezza è certa, indubitabile e viene prima di ogni pensiero.

Mauro Bergonzi
Il sorriso segreto dell’essere

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